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Tino rangatiratanga
he whakamaumahara fenei ki ngā
hōia o Aoterea kua hinga
i ngā pae maunga nei.
Nā ā rātou mahi ka whakawātea
ō mātou taone me tou mātou
whenua i te ringa kaha o Hitara,
kia hora mai ano te marino, kia mau
tonu tou matou tino rangatiratangā.
Te taone ō Scandicci - ākuhata 2006
Te wā ō te whawhai - pipiri 1944
Questo è il testo in maori di una lapide in tre lingue, una delle tante lapidi che in Italia ricorda il sacrificio dei soldati neozelandesi nella lotta mondiale contro il nazifascismo.

Parto da lontano, forse, ma le parole "tino rangatiratanga" nella non semplice traduzione dal maori alle lingue occidentali possono essere interpretate fra l'altro sia come "autodeterminazione" che come "sovranità assoluta", concetti molto ma molto attuali.
E parto da lontano perché, tutte le volte che certi preti o certi politici dicono e fanno certe cose a casa nostra, ricordo sempre la battuta di un mio amico inglese che all'indomani della prima vittoria elettorale del nano mi chiese, ridendo "Dobbiamo tornare in Italia a liberarvi o questa volta ve la sbrigate da soli ?"
E mi viene sempre in mente con quella domanda un'altra lapide in via Lupo, vicino all'Arno, dove si ricordano alcuni soldati venuti dall'altra parte del mondo a morire lì, perché tutte le volte che passo di lì non posso non domandarmi come, perché e a che pro sono venuti a morire così da lontano, e per chi soprattutto, considerando dove sta finendo oggi il nostro paese.
Ma è tragicamente curioso che quelle due parole "tino rangatiratanga", che mettono insieme la sovranità assoluta e l'autodeterminazione, tornano ad albergare così bene nella mia testa in queste ore in cui il nano, sempre lui, solo lui, inesorabilmente lui, a braccetto coll'immancabile prete si lancia in un'azione così vigliacca, vergognosa, che partendo dal negare l'autodeterminazione di un singolo porta avanti un disegno politico di soppressione della sovranità assoluta di tutti gli altri.
Per E.E., e per la nostra Costituzione, Tino rangatiratanga
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